L’ultima volta in cui ho fatto visita a Rimessa Roscioli, io e Alessandro Pepe ci eravamo lasciati così.

Quell’esperienza mi aveva coinvolto ed emozionato eppure, visto che ero in compagnia con una delle persone meno pazienti dell’universo, mia madre, non avevo avuto modo e tempo di metabolizzare l’esperienza…banalmente, questa era la scusa per tornarci!

Non voglio però fare una lista dei vini bevuti e dei piatti mangiati; non credo che interessi a nessuno, vorrei invece far fluire la mia mente in maniera anarchica e raccontarvi una storia per parole e immagini.

Rimessa Roscioli è la prova che un ristorante (inteso in senso lato) possa anche essere un luogo di cultura e ciò dipende da chi ci metti dentro, da quanta libertà intellettiva gli concedi e da quanto questa libertà sappia trasformarsi in un progetto imprenditoriale: Rimessa Roscioli è tutto questo.

Un luogo dove ogni volta che ci vai paghi per un evento che ti arricchisce culturalmente!

Alessandro Pepe e Rimessa Roscioli.

Venerdì sera mio compagno di chiacchierata è stato Alessandro Pepe, per fortuna – o purtroppo – Gaetano Saccoccio, l’altro cardine di Rimessa, era a Mamoiada in Sardegna.

Abbiamo deciso di affidarci per ogni singolo aspetto ad Alessandro, il perché però ha una motivazione profonda.

La carta di Rimessa è una enciclopedia della cultura Enoica europea (con qualcosa anche del medioriente), addirittura questo mese c’è una sezione dedicata ai vini degli anni Novanta a prezzi che ti invogliano a vivere l’esperienza di aprire un vino degli anni di X-files senza dover essere Paperon de Paperoni (ho visto bottiglie a 30 euro). Tuttavia, c’è anche un esperienziale diverso, ovvero quello di confrontarti con un percorso nel quale si è guidati da un sommelier.

Alessandro Pepe e Rimessa Roscioli.

Quanto ho detto avviene mentre ad un altro tavolo c’è un produttore di vino (barolo nel nostro caso), che ogni tanto fa girare una bottiglia per capire e farsi capire, e ti ci ritrovi a confrontare senza freni e remore .

Nel nostro caso, mentre parlavamo del più e del meno, ci viene proposto questo in assaggio, con il produttore seduto accanto a noi.

Questa è cultura, perché la cultura è confronto, la cultura è anche contraddittorio e contraddizione, la cultura è approfondimento e approfondire è ciò che fa Roscioli.

Alessandro ha l’aria bonaria e un enorme capacità dialogica, ma in realtà la sua più grande qualità è quella di esprimere una direzione; è lui che ha diretto la mia cena, è lui che ha diretto i piatti, le materie prime, gli abbinamenti, lasciando spazio di analisi ai suoi collaboratori

Inutile dire che chi ha capito cosa ho scritto, già avrà intuito che questa entità fa un lavoro simile al direttore di un orchestra: orchestra che suona gli odori e i sapori invece che i suoni.


Esempio lampante di questo concetto è un abbinamento specifico:

tortello di zucca e patate (piatto con una bellissima base dolce ) con…

…seguito da cacio e pepe con…

Come potete notare, non vi faccio l’analisi dei vini visto che di Podere Veneri Vecchio ne ho già parlato su Instagram; ma questo connubio racchiude tutto il sapere di questo luogo!

Alessandro Pepe e Rimessa Roscioli.

E poi, prima del dessert, l’esplosione: 3 formaggi vaccini abbinati con un sidro di pere.

” Non far sapere al contadino quanto è buono il formaggio con le pere”

E già questo da solo vale il prezzo della degustazione!

Mentre parlavamo, abbiamo iniziato a raccontarci di Mamoiada e del Viaggio di Gae.

Nel 2006, ho lavorato alla realizzazione di questa serie tv

L’ultima frontiera

In quella occasione mi innamorai della Sardegna rurale; nel nuorese assaggiai alcuni vini incredibili, all’epoca non avevo ancora la sensibilità di capire ciò che capisco oggi e mi è rimasto nel cuore il pallino di bere e comprendere meglio questa realtà.

Ora perché dico Che Alessandro Pepe fa cultura?

Perché mi ha raccontato di come, da quasi dieci anni, abbiano contribuito (lui, Gaetano e Roscioli) a scoprire almeno 16 produttori di Mamoiada. Questo per me è cultura del territorio, è antropologia, è amore e abnegazione.

Non so se sia stato un caso che ci ha portato a quel discorso, al quale è poi seguito il mio Vesuvio e chiacchiere su comuni amici vignaioli

Alessandro Pepe e Rimessa Roscioli.

Ma alla fine abbiamo stappato questa doppietta sarda.

Di cosa stiamo parlando?

La prima bottiglia è di un vitigno che si chiama…Granatza, un antico vitigno sardo solo da poco riconosciuto come tale, mentre prima si pensava che fosse un clone della Vernaccia di Oristano. Ma così non è, difatti è un vitigno autoctono del Nuorese.

Questa è l’interpretazione della cantina Sannas chiamata Maria Abbranca. L’etichetta raffigura una figura terrificante: la donna che si trova in ogni pozzo e che, col suo lungo braccio, tira giù nel fondo i bambini; questa leggenda era usata per scongiurare e educare i ragazzini a stare lontani dai pozzi troppo spesso luoghi di tragedia. Questa Granatza in purezza viene macerata quaranta giorni sulle sue bucce. Assolutamente primordiale, con una lunghissima macerazione, estrae l’anima dell’uva e ciò che ci restituisce è un vino alchemico, antico e assolutamente di un altro universo.

La mia mente c’ha messo un po’ per comprenderne le sfumature che risultano essere sottilissime e ho avuto anche bisogno di una occhiataccia didattica del signor Pepe.

Di Certi vini…se deve parla poco! Per certi vini, si deve entrare in punta di piedi e sedersi e assistere all’alba di Dio sulla terra .

Se vogliamo capire il vino, dobbiamo studiare l’arte e la prima artista non può che essere che la nostra madre terra.

Finiamo il percorso enologico con un altro gioiello.

Alvarèga Malvasia di Bosa doc

Questo vino, questa cantina e questo vitigno sono monumenti al tempo.

Stiamo parlando di una doc, quella della malvasia di Bosa: conta solo 27 ettari vitati e un piccolo numero di produttori.

Capace di invecchiare anche oltre il secolo, più invecchia e più espone se stessa alla trasformazione ossidativa che la rende un vino unico al mondo.

C’è un infinita bellezza nei vini ossidati e io, da non-morto, li amo molto.

Alessandro Pepe e Rimessa Roscioli.

Vorrei concludere dicendo due parole su Alessandro

Alessandro Pepe e Daniela Pareschi hanno dato vita a un progetto artistico meraviglioso.

Grassi super eroi con accanto bottiglie varie ed eventuali per raccontare quanto il nostro mondo stia diventando sfatto e decadente! E quale Atelier migliore per comunicare un pensiero così forte e autentico se non Rimessa che, da anni, combatte la decadenza a tavola dei cibi mediocri, delle preparazioni unte per il solo essere unto, di un modo di intendere il vino monotematico e modico.

Questo è poi il sunto di tutto: che mi vedrà, ogni volta che avrò 50 euro in tasca e il bisogno di evadere anche da me stesso, frequentatore di questo spazio.

Da Rimessa Roscioli la cultura del vino non è spocchiosa, non è univoca ma spazia verso tutto lo scibile e ricerca grandi vini, ovunque e comunque, per creare un’esperienza.

Roscioli è andare al teatro dell’opera, e a me l’opera piace molto.

Roscioli è jazz dove mai tutto è scritto e obligato, e a me il jazz piace molto.

Roscioli è folk, perché racconta delle campagne e dei luoghi lontani, delle persone longanime, a me il folk piace molto perché è indulgente!

Roscioli è punk, perché è l’energia costruttiva e anche distruttiva e come al solito…Fuck the haters!

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2 pensiero su “Alessandro Pepe e Rimessa Roscioli.”

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