Quella casa nel bosco: storie di pallagrello

Caiazzo: un luogo che ha la sua storia e il suo bagaglio umano di persone che ogni giorno si affaccenda a vivere la propria vita. Per noi, amanti del vino, Caiazzo può essere assunto ad un unico grande motivo di importanza: è dove vive Paola Riccio, la protettrice del pallagrello.

Il pallagrello? Cosa è il pallagrello? Ok, dobbiamo fare un salto indietro di qualche secolo per capire esattamente di cosa stiamo parlando.

Il pallagrello, le cui origini si perdono un po’ nella notte dei tempi, si sviluppa sino a tutto l’Ottocento in quell’area geografica che va da Cassino a Caserta. Originario della zona di Piedimonte Matese, si diffonde in quella parte di mondo che pochissimi oggi conoscono.

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Territorio pregno di un bagaglio storico e artistico millenario (qui venne Annibale per esempio a riposarsi), è anche uno di quei posti d’Italia dove non va mai nessuno.

Quella casa nel bosco: storie di pallagrello!

In quella landa, con il susseguirsi dei secoli e di storie umane, è fiorito questo vitigno che fu carissimo ai Borboni e che alle loro tavole era messo accanto ai grandi vini d’Europa. Papi e principesse, nobili e contesse lo bevevano mentre in giro la peste imperversava; era bevuto e amato in quel piccolissimo luogo del mondo dove le contrapposizioni umane erano così grandi e tante da costituire una realtà a se stante.

vini naturali

Poi, come la peste aveva spazzato e falciato via la popolazione napoletana, così lo iodio e la fillossera estinsero quasi del tutto il pallagrello, facendolo diventare un’oscura uva coltivata da qualche sdentato contadino che ben ricordava ancora quando il re beveva il vino prodotto con le uve del loro territorio.

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Qualche schiocco di dita, arrivarono gli anni ottanta prima, i novanta dopo (ça va sans dire), con le loro giacche con le spalline e quella orrenda musica, con essi il ritorno di questa varietà e oggi è un vitigno che gode di buona salute ma pochissima fama.

Quella casa nel bosco: storie di pallagrello!

Vitigno a bacca sia bianca sia rossa, ha visto la sua estensione vitata aumentare negli anni e addirittura nascere una realtà che, attraverso di essa, ha riscoperto un modo diverso di fare vino: la nostra Paola Riccio, appunto!

Io l’avevo già conosciuta questo estate e avevo fatto da lei un documentarietto che trovi esattamente qui!

All’epoca, supportato da ciò che avevo bevuto nelle decadi passate, avevo un idea di questo vitigno e di questi vini che poi si è dimostrata essere conforme alla realtà.

Quella casa nel bosco: storie di pallagrello!

Senza fare troppi giri di parole: il pallagrello è un vitigno che da origine a vini dei quali oggi pochi sono appassionati, e che non potrà risollevarsi davvero fintanto che la gente non andrà a visitare e a conoscere quella casa nel bosco, ovvero il territorio che lo ospita!

Ho avuto la riprova di questo concetto l’altra sera, quando al locale del mio amico Daniele Covino abbiamo organizzato una serata di degustazioni dei vini di Paola, guidati dalla produttrice stessa.

Che Paola sia una donna squisita l’abbiamo detto e ridetto, e anche se ripetita iuvant , diamolo per scontato. Quello che vorrei farvi percepire sono i vini in se!

Abbiamo assaggiato il Riccio bianco, il Maria Carolina e il Privo pallagrello naturale.

Quella casa nel bosco: storie di pallagrello!

Questi tre vini rappresentano tre fasi della produzione di Paola e anche tre momenti della storia del pallagrello.

Il primo, il Riccio bianco, è quello più facilmente bevibile.

Vinificato in solo acciaio, ha un’alcolicità importante ed è l’archetipo del pallagrello bianco.

Vino dal naso avvolgente e penetrante, non è un vinello scarno e scialbo: anche se è il primo vino che incontriamo, tiene una cazzima non indifferente. Si fa bere ma non si fa dominare, si fa conoscere e comprendere eppure resta un vino che vive solitario e non vuole una famiglia numerosa.

La sua indipendenza la si vede anche dalla sua acidità non preponderante (tratto comune di tutti i bianchi di Paola); è un vino che va rispettato per quello che è: se ti piace bene sei il benvenuto altrimenti sei libero di andartene a ……..

Aggiungo come nota a piè pagina: non è un vino che personalmente farei invecchiare per più di una quindicina d’anni; non credo (ma posso sbagliarmi ) che sia un vino dalla vita immortale.

Quella casa nel bosco: storie di pallagrello!

Il secondo vino che abbiamo assaggiato è pallagrello bianco Maria Carolina.

Moglie di Ferdinando IV, regina di Napoli e del regno delle due Sicilie, è stato un personaggio dicotomico e incredibilmente complesso. Donna con le palle che fumavano…non voglio scrivere puttanate storiche, andatevele a leggere da chi ne sa più di me!

Quel che a noi importa è che questo vino, è fratello all’altro solo di cantina! Passa un periodo di invecchiamento in botte di castagno e ivi ne viene fuori un vino dall’alcolicità di un panzer.

Questo vino mi ricorda i cazzotti di Hulk, il martello di Thor, gli “allucchi – urla non troppo moderata – di donna Concetta quando lavava il pavimento e ci passavi sopra !

Un vino che ha un naso che sa di miele e oscurità: un vino che cigola come il passo pesante del mostro. Lo bevi e sai subito che è un vino di altri tempi! Qui la modernità si è fermata fuori al casello autostradale, qui c’è ancora la gallina che razzola nell’aia e non si ascolta la radio ma un disco col grammofono!

E’ un vino che mi ha colpito, ma che riconosco essere veramente qualcosa di imponente! Quasi un vino da meditazione o quantomeno un vino che fa venire voglia di meditare e pensare.

In questo secondo caso, la capacita di invecchiare è pazzesca! Tenete presente che l’altra sera abbiamo bevuto un 2011 e ci ha pestati come Chuck Norris pesta tutti…doppio calcio roteante!

Quella casa nel bosco: storie di pallagrello!

Il percorso umano che ha portato la nascita di questi vini è la lunga premessa che è servita per presentare l’ultimo vino della serata: Privo!

Pallagrello con lunga macerazione delle bucce e fermentazione spontanea!

Privo mi ricorda il brano English man in New York di Sting: un calderone di cose che ribollono insieme e si equilibriamo in un miracolo.

Ora a costo di dover discutere e litigare con mezzo mondo vi dico la mia opinione personale e senza filtri.

Riccio bianco mi piace, Maria Carolina mi turba (lo trovo troppo impattante), privo invece è una storia diversa.

Privo è un vino mastodontico, su questo non ci sono bugie, racconta forse meglio di chiunque altro il pallagrello bianco e ne fa una descrizione polimorfica che è assimilabile ad un mandala: una preghiera che finisce in se stessa e che viene soffiata via dal vento.


Questo però è anche il limite del vino in se: il grande limite del pallagrello! Per quanto ci si possa impegnare, siamo tutti English man in New York e del pallagrello ad oggi non frega ancora molto a molti.

Sono vini come Privo che cambiano le carte in tavola, su questo non ci piove, ma per far si che ciò avvenga c’è bisogno di costanza produttiva .

La bellissima etichetta che l’accompagna si deve diffondere e magari essere aiutata anche da un pò di culo!

in modo tale che questo vino dal colore dell’ambra antica possa esprimersi.

Pallagrello senza solfiti aggiunti, è non solo il desiderio di Paola di poter abbracciare questa categoria di vini così anarchicamente punk, ma anche di far sposare in un vino le note marine e salate (che al lei tanto piacciono) l’imponenza di una buccia che sa di mela cotogna e miele di castagno.

Un vino che come i dischi di Coltrane ha mille diverse sfumature nel bicchiere.

Speriamo che tutto questo faccia bene al pallagrello e a quel lembo di mondo fra Caserta e Benevento che a margine delle mie belle parole ricordiamoci sempre che è una terra segreta e sanguinaria, dove determinate persone hanno sempre fatto il cazzo che gli pareva visto che nessuno se ne interessava davvero!

oggi ogni azienda vinicola accende una candela e presto quella oscura terra sarà di nuovo illuminata!

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4 commenti su “Quella casa nel bosco: storie di pallagrello”

  1. Ciao Giuseppe, e ciao a tutti voi che leggete. Mi piace questa storia che hai saputo raccontare e non solo perché parla di me e dei miei vini, ma perché è tutto vero accidenti. Quando la realtà supera l’immaginazione la narrazione è presto fatta, basta solo trovare un cantastorie fuori dalle righe come zombi wine. Buona lettura e grazie.

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